Io sono stato qui – Sibillini immaginari

IO SONO STATO QUI

SIBILLINI IMMAGINARI

Fotografo per natura… saprei dire di me stesso, seguendo passo dopo passo la mia linea d’oriente.

Non basta il colore, a volte non bastano le tonalità di grigio, non bastano le forme, i volumi, le diagonali, non la successione di un orologio infinito, ma unico istante di presenza, dove io sono natura al pari della più possente montagna, del passare di una nuvola o di un filo d’erba.

Paesaggio, la visione interiore.

 

“…io posso passeggiare e sentire il fascino del paesaggio. Mi posso rallegrare della mitezza dell’aria, della freschezza dei prati, della varietà e dell’allegria dei colori, del fragrante profumo dei fiori. Ma poi sento che avviene un improvviso mutamento nel mio spirito. Sono entrato in un nuovo regno, non più quello delle cose esistenti, ma quello delle “forme viventi”.
Abbandonata l’immediata realtà delle cose, vivo ora nel ritmo delle forme spaziali, dell’armonia e del contrasto dei colori, dell’equilibrio tra luce ed ombra.”

Queste brevi parole di Ernst Cassirer nel suo – Saggio sull’uomo- aiutano a comprendere che il valore della parola paesaggio è da individuare nella categoria estetica.

Informazione necessaria per orientare, per caratterizzare nel dominio della sensibilità umana, tutte le possibili manifestazioni della natura.

Distinto dal sempre più frequente utilizzo in termini geografici, ecologisti, ambientali o strettamente legati all’utilizzo del territorio, il paesaggio è da intendersi come valore estetico, in grado di esprimere sia un flusso emotivo, sia una necessità di astrazione.

E’ paesaggio, il luogo dell’accadere, dell’accadersi; la visione o meglio la percezione del paesaggio è il “ qui ed ora” di un sentire necessario, che traduce da una sequenza di forme, volumi, linee, un sentimento di partecipazione e annullamento catartico.

Volendo sfuggire al sentimentalismo proiettivo, la via maestra per individuare i propri paesaggi, è quella di lasciare libera la “visione interiore”, allontanandosi da stereotipi ed automatismi, favorendo con una discreta e silenziosa estraneità, il distacco che ci consente di cogliere l’essenza più intima nelle cose.

Molto lontano e molto diverso,
per sentire profondo il silenzio del nostro essere.
Molto lontano e molto diverso da noi
in un ready-made continuo, per affermare nel nostro divenire la corrispondenza finale tra uomo e natura.

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